Editoriale – Marzo 2023
Lo sviluppo sostenibile, parodia di se stesso
«Lo sviluppo sostenibile è quello in grado di soddisfare i bisogni della generazione presente, senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri».
Con questa definizione nel 1987 la norvegese Gro Harlem Brundtland, presidente della World Commission on Environment and Development dell’ONU, evidenziò efficacemente il nesso fra lo sviluppo economico e i rischi connessi per il pianeta insieme alla necessità di trovare percorsi di sostenibilità.
Ma già sul calare degli anni Sessanta erano state gettate le basi di una riflessione ad ampio spettro sul rapporto fra crescita economica e ambiente anche grazie all’intuizione dell’imprenditore e manager piemontese Aurelio Peccei il quale, intercettando un certo fervore nell’ambito delle comunità scientifica, economica e industriale su temi di interesse globale, nel 1968 fondò l’associazione internazionale “Club di Roma” aprendo la strada a un nuovo concetto, quello della “limitatezza dello sviluppo”.
Il Club di Roma volle dare impulso agli studi di un gruppo di scienziati del MIT (Massachusetts Institute of Technology) e commissionò a Donella H. Meadows lo studio “Limits to Growth”, pubblicato poi nel 1972. Nell’edizione italiana uscita con Mondadori nelle Edizioni Scientifiche e Tecniche, il titolo fu tradotto con “I limiti dello sviluppo” (non con l limiti alla crescita), una scelta lessicale che evidenzia come i termini crescita (growth) e sviluppo fossero intercambiabili per le sensibilità dell’epoca. Il rapporto, oltre ad avere acceso un dibattito lungo più di cinquanta anni, fece emergere sin da subito le contraddizioni e l’insostenibilità del modello di sviluppo secondo il quale al crescere delle curve del PIL crescevano anche altrettanto rapidamente quelle delle immissioni, delle acidificazioni dei mari, dell’inquinamento etc.
Lo sviluppo sostenibile non è dunque una acquisizione dei millenial, ma rappresenta un’alternativa possibile individuata nel secolo scorso frutto di una visione lucida, consapevole e illuminata del pianeta di cui già si percepivano all’epoca i segnali di una overdose da combustibili fossili.
Oggi possiamo dire che le previsioni di questi scienziati “visionari” si sono tristemente avverate e i fatti hanno dato loro ragione a meno che non si intenda assumere posizioni negazioniste anche di fronte all’evidenza degli innumerevoli disastri ambientali causati dai cambiamenti climatici. Ciononostante permane un indubbio disallineamento fra le politiche dei governi e la consapevolezza, che ci attraversa tutti, delle attuali e future emergenze ambientali. Senza considerare che oggi non occorre più “sperimentare il futuro” perché l’evidenza di ciò che accade nel nostro quotidiano e i progressi della scienza e della tecnologia mostrano chiaramente quali potranno essere le sorti del pianeta e dell’umanità che continua paradossalmente a remare contro se stessa con una ormai incontrovertibile vocazione suicidaria.

Nell’editoriale di marzo, nonostante abbia scelto di toccare un tema dai risvolti scientifici, ambientali, politici, economici e sociali, prenderò un prestito temporaneo dalla disciplina della semantica per tentare una prima riflessione e un ampliamento di prospettiva. E per non dimenticare mai che la cultura deve potersi concedere travalicamenti ed esperienze osmotiche.
Lo sviluppo sostenibile, per definizione, incorpora il tema della tutela del pianeta e, più genericamente, dell’ambiente. Sarà proprio quest’ultimo “vocabolo” il fulcro della mia ricognizione linguistica.
Il lessema ambiente deriva dal latino ambiens ambientis, participio presente di ambire che significa letteralmente «andare intorno, circondare», usato in origine come aggettivo riferito all’aria o ad altro fluido (l’aria che ci circonda). In italiano il primo significato di ambiente riportato dalla Treccani, è lo “spazio che circonda una cosa o una persona e in cui questa si muove o vive”.
Riferendosi invece al campo specifico dell’ecologia per ambiente si intende “la natura, come luogo più o meno circoscritto in cui si svolge la vita dell’uomo, degli animali, delle piante, con i suoi aspetti di paesaggio, le sue risorse, i suoi equilibrî, considerata sia in se stessa sia nelle trasformazioni operate dall’uomo e nei nuovi equilibrî che ne sono risultati, e come patrimonio da conservare proteggendolo dalla distruzione, dalla degradazione, dall’inquinamento”.
Mentre, in senso figurato, ambiente significa il “complesso di condizioni sociali, culturali e morali nel quale una persona si trova e sviluppa la propria personalità, o in cui, più genericamente, si trova a vivere”.
Sono proprio queste definizioni a introdurre la visione di una relazione integrata e olistica dell’uomo con l’ambiente (o la natura) fatta di scambi e reciproche influenze.
A rafforzare questa deduzione è sempre Treccani quando spiega che il termine inglese figurato environment, usato primariamente nel campo delle scienze del territorio si riferisce all’“insieme di elementi fisici e antropici, la cui evoluzione spontanea può essere più o meno soggetta a interventi di pianificazione e di salvaguardia”. Nell’inglese environment, l’uomo è dunque più che integrato al concetto di ambiente perché fa parte di esso al pari degli elementi fisici. Ed emerge più chiaramente il suo ruolo nelle azioni di pianificazione e salvaguardia.
Environment, infine, è un termine in uso anche nella critica d’arte dal 1960 che “designa un’operazione artistica volta a creare un ambiente, o uno spazio, capace di includere lo spettatore, di renderlo attivo e partecipe alla realizzazione dell’insieme”.
È proprio la semantica a venirci in soccorso con le sue codificazioni che nascono dall’osservazione dell’uso della lingua per giungere alle definizioni, veri e propri “orientamenti”, “manuali d’uso”, dove la consuetudine dell’utilizzo della lingua viene ad essere arricchita dalla cultura, dal valore e dai valori tridimensionali del significato.
Ed è in queste spire che si fa largo una visione dell’ambiente in grado di porre al centro l’uomo e la sua consapevolezza, ma anche la sua potenziale capacità di incidere sulla difesa e tutela dell’ambiente stesso, il conferimento di un ruolo. Proviamo ad accogliere questo suggerimento linguistico e investiamoci di responsabilità.
Da questo punto di vista, quella della tutela risulta una funzione “derivata” in quanto origina dalla violazione di un equilibrio di un sistema, quello delle leggi naturali. In sostanza la tutela si rende necessaria perché vi è la violazione di un ecosistema naturale che viene a essere alterato dagli impatti delle attività umane. La coscienza della tutela implica dunque che vi sia stata prima la constatazione di un danno arrecato all’ambiente e la conseguente necessità di un intervento atto a porvi rimedio o contenerne gli effetti negativi.
L’“accertamento del danno”, come si direbbe nel settore assicurativo, dovrebbe implicare livelli di consapevolezza tali da poter determinare in ogni caso una svolta nelle politiche emergenziali dei governi e soprattutto di quelle legate alla prevenzione dei fenomeni distruttivi. In questo senso il rapporto tra lo sviluppo e le risorse del pianeta prevalentemente in uso, esauribili e non riciclabili quali i combustibili fossili, legate a fenomeni demografici quali il sovrappopolamento, il sottopopolamento e la transizione demografica, dovrebbe sempre più ruotare intorno alla chiave di lettura della consapevolezza, una condizione peraltro fondamentale quando è il momento di disegnare possibili scenari anche in relazione ai cambiamenti climatici. Tra le cause principali degli effetti del climate change – riscaldamento globale, aumento delle temperature massime e minime, precipitazioni intense, inondazioni, aumento della siccità e incendi boschivi, innalzamento degli oceani, aumento delle temperature nei mari, scioglimento e ritiro dei ghiacci e del permafrost, rischi per la salute, epidemie, perdita di specie, mancanza di cibo, povertà e sfollamento – è indubbio che vi siano i gas dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas), risorse energetiche esauribili utilizzate massicciamente a partire dalla rivoluzione industriale fino ad oggi. Gli impegni presi a livello mondiale sul contenimento del riscaldamento globale e delle variazioni dei modelli meteorologici, la preservazione della biodiversità e dei suoi equilibri attraverso la riduzione dei gas serra immessi nell’atmosfera, vengono regolarmente disattesi come se non vi fosse in gioco la sopravvivenza delle diverse specie sulla terra. Il paradosso è che il mancato rispetto degli impegni è di fatto ben “tollerato” da tutti i governi come se i gas serra fossero una piaga endemica dei singoli territori.

La conclusione amara è che nonostante le idee fossero chiare in seno alla comunità scientifica internazionale già molti decenni fa, la spinta inarrestabile, e tutt’altro che sostenibile, allo sviluppo economico, antropologico e sociale, ha legato a doppia mandata gli esiti del capitalismo cosiddetto perenne ai danni inflitti al pianeta.
Tornando a «Limits to Growth», commissionato al Massachusetts Institute of Technology dal Club di Roma nel 1972, lo studio aveva scientificamente dimostrato il rischio di un collasso nel 2030 insieme all’esistenza di un limite invalicabile dello sviluppo economico, una «capacità di carico» massima sopportabile dalla terra. Il rapporto consisteva infatti in una simulazione delle conseguenze della crescita demografica della popolazione mondiale sull’ecosistema e sulle riserve naturali. Ma fu considerato non credibile e i politici e gli economisti ritennero che proprio il mercato, l’innovazione e le politiche avrebbero potuto evitare quel collasso. Non posso non citare a questo punto una battuta che gira dai tempi del Club di Roma: “se tu pensi che qualcosa all’interno di un sistema finito, il pianeta, possa crescere all’infinito o sei stupido o sei un economista”.
Dopo mezzo secolo, oggi non possiamo far altro che constatare che quegli scenari sull’andamento del PIL, della crescita demografica, delle risorse rinnovabili e dell’inquinamento erano tutt’altro che infondati.
Una voce nel deserto dell’indifferenza. Un segnale d’allarme ignorato.
Mentre lo “slogan” dello sviluppo sostenibile, molto in voga oggi nei discorsi ufficiali dei politici di tutti gli schieramenti, come fosse una recente scoperta da green economy, è ridotto nella realtà dei fatti alla parodia di se stesso.
Marina Nicolazzo Ricci, Direttrice responsabile
