Culture

Sette silenzi

Le forme del silenzio nel lessico funambolico di Elettra Santori

Sette silenzi è il titolo dell’ultimo libro di Elettra Santori, autrice di reportage narrativi, saggi, racconti e articoli di critica sociale oltreché ricercatrice e jihadologa.  

Parafrasando un vecchio film diremmo Sette silenzi per sette storie raccontate in una lingua ricercata, un patrimonio espressivo unico, sulle quali vi è una particolare impronta che richiama un substrato di eclettismo. Elettra Santori attinge al suo patrimonio culturale multidisciplinare spaziando fra sociologia, etnoantropologia, filosofia, storia, letteratura, musica, cinema, teatro, e aggiunge a tutto questo un sentimento autentico di umanità, la cifra riconoscibile che rende unica la sua erudizione tridimensionale.

Oltrepassando la superficie lucida delle cose per addentrarsi con piglio etico nei meandri della conoscenza all’inseguimento di fonti certe e verità – una metafora per tutte è la storia di Abu Hamza Bayero nel secondo racconto intitolato Bee Free –, arricchisce ogni racconto di pensieri e dialoghi intensi, talvolta apparentemente ordinari da sembrare veri, accanto a noi, ma mai banali e sempre potenti, espressivi, simbolici e rivelatori.

Un’impronta decisamente autorale, femminile e maschile insieme, in grado di astrarsi ed empatizzare con il sesso assegnato anagraficamente e non ai suoi personaggi. Esordiamo così perché Elettra Santori entra quasi subito (Be free) nella questione di genere smascherando con ironia, ma anche insofferenza, la ridondanza di certi formalismi virtuosistici, pedanti e forse sterili, dei troppi slash / e asterischi *, in un mondo in cui l’uomo / la donna (!) hanno smarrito la propria identità, quella dell’essere umani prima ancora che del non riconoscersi nei generi. E, andando oltre, riesce a ironizzare sui parossismi funambolici di talune provocazioni di genere vuotamente estreme che si rivelano inefficaci e autoemarginanti come le quote rosa o sulla necessità di categorizzare il sesso, l’origine o la stessa causa di un malessere. Elettra Santori va dritta al cuore della questione come si evince nel passaggio del terzo racconto potentemente immaginifico Mc 5: “Èrika Baj… ragazzo o ragazza? E quell’accento sulla E… forse è uno slavo? O una slava? Ma le domande si spengono da sé quando attacca con le rapide scale ascendenti di Voiles che si srotolano dalle sue dita come veli di tulle dal corpo di una donna, e quando sopraggiunge La fille aux cheveux de lin, il pubblico è talmente irretito che Èrika ha smesso di essere presumibilmente donna o verosimilmente uomo, ed è divenuta semplicemente necessaria”.

La curiosità della scrittrice e il suo scandagliare il mondo interiore e le vicende umane dei suoi personaggi stride con la superficialità dell’effimero o con la contraddittorietà di certe posizioni. I grandi temi si infrangono contro la barriera di un’umanità che non riesce neanche più a interrogarsi su se stessa e sulle questioni primarie che la riguardano. Ma Elettra Santori non invade lo spazio della creazione narrativa facendo calare dall’alto soluzioni come un deus ex machina. Si limita a far affiorare le fondamenta di una riflessione filtrata dalla bellezza della sua scrittura sempre lanciata in aria con maestria per volare alto a descrivere traiettorie mirabolanti. Evoca il retropensiero di alcuni silenzi attuati per scelta, altri per sfida, modi di tacere per strategia, per orgoglio, per disprezzo verso gli altri da cui trapelano motivazioni miste a verità, perché l’intento è tacere, non necessariamente nascondere.

La scrittrice non si sforza di rispettare questi silenzi perché la discrezione scorre naturale dalle sue vene per arrivare alla narrazione. Un paradosso. E si muove con fisica leggiadria e brividi sottopelle nel braccio di ferro fra la vita e la morte, trasferendo nei suoi personaggi tratti autobiografici insieme a sentimenti vibranti, talvolta sommessi, talvolta brucianti e annientanti. Stupore, dolore, impotenza, dignità, orgoglio, ilarità, ironia, disperazione, nevrosi, sono pennellate delicate perché Elettra Santori con pudore e delicatezza lascia che siano i protagonisti dei suoi racconti a vivere la propria vita. Lei suggerisce stati d’animo, comportamenti, sentimenti a uomini e donne che potrebbero affrancarsi dalla sua fantasia, ma che scelgono di aprire le loro anime a silenzi sfuggenti o salvifici al cospetto della propria coscienza o degli altri, talvolta sordi e ingannevoli, talvolta eloquenti ed evocativi. E si scopre che anche il luogo del silenzio ha una soglia che si può attraversare, ma che la scrittrice non si sogna minimamente di profanare per rispetto delle sue creature lasciando parlare persino il non detto. Lei che ama il lessico alla follia. I luoghi del silenzio sono nascondigli per segreti da mantenere, anfratti da cui partono vibrazioni e messaggi in codice. La loro genitrice si ostina fermamente a oscurarli e richiama il lettore alla sobrietà pur invitandolo a percorrere tante via di fuga quante sono le opzioni creative per poi ricondurlo alla trama e alla stessa finzione, essenza, cuore dei sette silenzi. E la chiusura di ogni racconto è un colpo d’ala di alta narrativa, immaginifico e letterario. Uno per tutti da Be free: “Si gira e si avvia verso l’uscita, mentre un altro stormo di rondini fende il cielo sopra il chiostro. Il loro stridore, coperto dal vociare dei presenti, arriva a terra sommesso come un gemito”.

Il soffio vitale di Elettra, donato per lo più al personaggio di Giulia, ma che perturba tutte le pagine del libro, si riconosce dietro le quinte del palcoscenico dei suoi racconti insufflando nei personaggi storie di un vissuto reale alle prese con un dolore sobrio e non sempre ammaestrato, vena robusta ma sottile che scorre nelle vite quasi fisiche dei protagonisti e dei loro interlocutori tratteggiati con vigore cinematografico. Il suo respiro si blocca quando nel suo primo silenzio/racconto Shodō, Livia, malata terminale, non risponde più su whatsapp (unico caso in narrativa documentato di un racconto scritto utilizzando whatsapp); del suo respiro si ha un’eco nelle “parole trasparenti” di Ènrika (in Mc 5) – pianista per convinzione o per forza? non importa saperlo – quando “le sue labbra disegnano una frase senza suono”, un “disciplinato mutismo” il suo, in risposta a un trauma: “Lei invece è totalmente in controllo, non rischia di dilapidarsi, di spossessarsi di sé in parole inutili. La parola è ciò che sfugge. È flusso, è ferita, emorragia”; il suo respiro è ansimante quando la scrittura di Livia nel quarto racconto “Pagina bianca” diventa muta: “«Perché scrivo?» è una domanda che porta dritta al silenzio” e ancora “Vorrei spiegarti il  mio timore, e cioè che la letteratura si sia bruciata, consumata, estinta, e che questo non sia più il tempo per noi scrittori: se cerchiamo di essere sperimentali rischiamo di diventare ingegneri, se ci preoccupiamo solo di raccontare storie diventiamo facili, se inseguiamo lo stile finiamo per impregnare la pagina di ego. La scrittura non ci viene più naturale, e se ci viene naturale è brutto segno: vuol dire che non ne resterà traccia”; il suo respiro diventa affannoso nel Monologo teatrale Non pensarci di Livia Marsan quando la protagonista del quinto racconto combatte contro pensieri con lo “sguardo da meduse”; il suo respiro è irregolare quando sottende il sesto racconto, Sbattono le porte, in cui le vicende e l’incomunicabilità della famiglia di origine di Giulia diventano un ricordo con cui fare i conti anche anni dopo; il suo respiro è un singhiozzo sommesso quando nel settimo racconto, San Giuseppe dei sette silenzi, a Giulia “esplodono le lacrime come una bomba d’acqua” prima che le parole possano uscire “come un filo di lana grossa e ruvida che le graffia la gola”   

Le storie si dipanano nell’arco temporale di un quarantennio e, come in un metaromanzo, sono sottilmente interconnesse da fili invisibili, silenzi diversi, salvifici, di cui si vestono i personaggi per sopravvivere al dolore di un disallineamento esistenziale o sociale o semplicemente a quello causato dell’impossibilità di comunicare e forse anche di amare.

Elettra Santori si svela nella cifra costante della sua ironia, un filtro espressivo a volte divertito, a volte perplesso, a volte critico, a volte sarcastico, posto davanti alle storie per agevolare il flusso libero del pensiero e la riflessione sui mostri che minacciano di accerchiare la psiche con un cervello plastico e materico che cerca strenuamente di opporvisi. Ma nell’altalena del tormento, all’apice del volo c’è la vita con le sue passioni intense, i suoi colori, la descrizione di ogni suo dettaglio inimitabile, lo sguardo appassionato sul mondo e sui suoi abitanti.

Sette silenzi è un libro di racconti gradevolissimo, struggente e appassionante, da leggere con curiosità non solo intellettuale.

Edito il 12 dicembre da Rubbettino, si può acquistare in libreria.

Marina Nicolazzo Ricci

Elettra Santori

Autrice, per la rivista MicroMega, di reportage narrativi, saggi, racconti e articoli di critica sociale. Alterna la scrittura narrativa all’attività di ricercatrice per la Fondazione Icsa sui temi della radicalizzazione islamista dell’estetica e della video-estetica del jihadismo. Ha lavorato nel settore dell’intercultura organizzando interventi formativi per l’integrazione dei minori italiani e stranieri utilizzando la scrittura autobiografica come strumento di self-help. Vincitrice del Premio Minerva per la Ricerca Sociale nel 2005, ha insegnato Sociologia e Analisi della Narrazione in diverse Università della Capitale.