Un oceano di plastica raccontato in foto
L’inquinamento da plastica è risaputo essere uno dei più grandi problemi ambientali dei nostri tempi.
Basti pensare che ogni anno vengono prodotti 450 milioni di tonnellate di plastica e che, di questi 450, secondo gli ultimi dati raccolti dal Centro di Legge Ambientale Internazionale (Centre for International Environmental Law), circa il 93 % finisce nei nostri mari, condizionando profondamente gli ecosistemi marini e interessando la vita di più di 700 specie tra piante e animali.
Da quando l’uomo ha acquisito, ormai oltre un secolo fa, la possibilità di ottenere materie plastiche dalla lavorazione di combustili fossili, gli oggetti in plastica hanno invaso ogni settore di attività umana, rendendo più semplici molti aspetti delle nostre vite ma dando il via, allo stesso tempo, all’ormai rinomato inquinamento da plastica.
Un inquinamento derivante in particolar modo dal processo di degradazione degli stessi materiali plastici, le cui tempistiche possono arrivare, nel peggiore dei casi, a durare anche fino a centinaia di anni. Basti pensare che un normale sacchetto di plastica impiega in media 20 anni per degradarsi completamente.
Non è solo però questione di tempo, ma anche della modalità attraverso cui questo processo si sviluppa. Se non correttamente riciclata e se lasciata galleggiare in mare, la plastica viene infatti scissa dalla luce solare in particelle piccolissime, inferiori al mezzo millimetro, producendo le cosiddette microplastiche.
Queste, a loro volta, data la loro dimensione ridotta, non solo vengono ingerite dalle specie animali marine, condizionando profondamente i loro organismi e con essi lo stesso habitat naturale, ma, secondo molti studi, arrivano a diffondersi perfino nell’acqua che beviamo e nell’aria che respiriamo, entrando in modo silenzioso e impercettibile nei nostri corpi.
A tal riguardo, uno studio portato avanti dai ricercatori dell’Università Vrije di Amsterdam nel 2022 ha rilevato che il 77 % del sangue delle persone testate conteneva sostanze microplastiche. E sebbene le conseguenza future della presenza di plastica nell’organismo umano sono ancora incerte, i primi dati al riguardo non sono di certo incoraggianti e indicano anzi che un accumulo di tali sostanze nel fegato, nei reni e nell’intestino aumentino sensibilmente la possibilità di problemi metabolici, processi infiammatori, nonché quella di danni permanenti ai sistemi immunitario e neurologico.
Insomma, il consumo di plastica da parte dell’uomo ha e avrà a lungo termine effetti sempre più devastanti, tanto per gli habitat naturali marini, quanto per lo stesso essere umano, e l’unica soluzione possibile, in questo senso, sembra essere solamente la sua completa eliminazione dalle nostre vite.
Da questo punto di vista, non si può negare che sono stati compiuti degli importanti passi in avanti rispetto a qualche anno fa. A livello di legislazione europea, ad esempio, di grande rilevanza sono la direttiva SUP (Single Use Plastic) dell’Ue che vieta dal 14 gennaio di quest’anno l’utilizzo di bastoncini, cotonati, cannucce, bicchieri, palloni e vaschette per il cibo prodotti con plastica tradizionale, e l’annuncio, da parte della Commissione, del piano per vietare anche le confezioni e i packaging che non saranno in plastica riciclata a partire dal 2024.
C’è ancora però tanto, tantissimo da fare, e come per ogni questione ambientale, il problema non risiede solo nel trovare alternative attraverso cui sostituire progressivamente usi consolidati nel tempo, ma anche in una non piena consapevolezza della gravità di ciò che abbiamo davanti.
Un importante contributo in questa direzione è stato allora dato dalla pluripremiata fotografa inglese Mandy Barker che da oltre 13 anni si impegna nel portare maggiore consapevolezza sul problema dell’inquinamento da plastica negli oceani.
Di seguito alcuni dei suoi lavori più importanti pubblicati sul giornale britannico “The Guardian“:







Eugenio Gurnari
